Aldo Moro, un uomo mediterraneo, parte 2: dal timone della DC alla presidenza del consiglio

Fu il “colpo di scena Fanfani” ad aprire la strada a Moro per la segreteria nazionale della Democrazia Cristiana. Il 16 marzo 1959, grazie anche all’apporto decisivo dei voti della nuova corrente dorotea, veniva eletto. L’eredità di Fanfani venne da lui accolta benevolmente e in maniera prudente: come scopo principale si prefisse di riuscire a riportare un grado maggiore di concordia e armonia nel partito e di riparare le sopraggiunte lacerazioni. Adottò un nuovo metodo di direzione, dimostrandosi tollerante anche verso i fedelissimi di Fanfani. La DC si ritrovava dinanzi ad un orizzonte diverso, erano cambiate le condizioni economiche del paese, ma anche i modi di vivere e le mentalità.

L’ascesa di Moro all’interno della Democrazia Cristiana fu lenta. Infatti, malgrado godesse di un discreto prestigio all’interno del partito, risultava difficile inquadrarlo come il leader. Il ricordo di De Gasperi era ancora vivo e le aspettative su Fanfani si erano radicate tanto a fondo nei cuori democristiani, prima di sgretolarsi altrettanto rapidamente, da non lasciare il minimo spazio alla figura di Moro. Il politico pugliese veniva identificato da tutti come un semplice mediatore, una figura notarile, piuttosto che come l’effettivo timoniere della DC. Lui stesso, nel discorso pronunciato subito dopo la sua elezione, si era definito inadatto a un compito di leadership, responsabilità che assumeva malvolentieri, mosso dal proprio senso del dovere.

Ulteriore lascito di Fanfani era il discorso dell’apertura a sinistra allargato al PSI, che era stato additato quale causa primaria della caduta del governo, di cui Moro diventava il principale stratega. Dal leader del PSI, Nenni, arrivava l’invito a prendere in esame i mutamenti appena avvenuti sullo scacchiere internazionale. Era il periodo di Krusciov, che nel mondo stava cercando di diffondere i semi della distensione. Gli schemi della guerra fredda si preparavano a decadere. Con la distensione mondiale, la prospettiva di creare un incontro tra cattolici e socialisti si faceva sempre più concreta.

Malgrado le forti speranze, però, in seno al PSI c’erano anche molti timori, che proprio l’investitura di Moro aveva contribuito a creare. L’atteggiamento di Nenni era accorto: se, da una parte, nutriva qualche aspettativa verso le reali intenzioni del nuovo segretario della DC; dall’altra, percepiva il pericolo di uno spostamento ancora più a destra dell’asse politico. Seppure divisa in differenti correnti, la Democrazia Cristiana, guardava in quel periodo all’apertura di un dialogo coi socialisti come a un’ipotesi improponibile. C’era, del resto, anche in Moro una certa resistenza. Al Congresso nazionale del partito, tenutosi a Firenze nell’ottobre 1959, egli rilanciò il tema dell’unità della DC, evidentemente preoccupato per come si stavano mettendo le cose sul piano interno. Tenne inoltre a sottolineare che avrebbe impedito al comunismo di avanzare sul terreno democratico, a qualsiasi costo, e che la DC non avrebbe tollerato alcuno schieramento neutrale da parte del PSI. Esso era invitato a scegliere risolutamente da che parte stare. In seno al CN di Firenze, sua preoccupazione fu anche evitare uno scontro diretto tra la nuova maggioranza e l’ala fanfaniana. Il risentimento di Fanfani e dei suoi fedelissimi era ancora acceso e a nulla valse il tentativo di Moro di cercare un’intesa con l’ex-segretario. Il parlamentare aretino continuava ad avere un’enorme seguito all’interno della DC e questo metteva in discussione la stessa leadership morotea. Il problema era venir fuori dal congresso con il minor danno possibile. Nel contempo, in seguito al ritiro dell’appoggio liberale, Segni fu costretto a rassegnare le proprie dimissioni.

A lui tornava, ad ogni modo, l’incarico di formare il nuovo governo. Il segretario democristiano colse in quelle circostanze critiche un’occasione. Cercò di apportare qualche modifica alla vecchia formula fanfaniana, nella speranza di convincere le opposizioni. La sua versione prevedeva, non una diretta partecipazione all’esecutivo dei socialisti, ma l’insediamento a Palazzo Chigi di un tripartito di centro-sinistra ottenuto con l’astensione del PSI. L’idea fu subito bocciata dall’opposizione ecclesiastica, che rifiutava di schiudere un qualsiasi spiraglio nella direzione socialista. Alcuni consideravano un vero e proprio sovvertimento la formula che si stava delineando. La destra cattolica era decisa a tal punto a non tollerare alcun esperimento che la DC rischiava sensibilmente la scissione in due partiti distinti. In questo modo, si sarebbe potuta effettuare una netta distinzione fra coloro che erano a favore di un dialogo col PSI e coloro che erano contrari. I socialisti, d’altra parte, con l’inizio del pontificato di Angelo Roncalli, avevano sperato che i tempi fossero maturi per qualche cambiamento. Tali aspettative furono disattese. Tra l’altro, Moro si vide mancare anche il sostegno di Segni, che rinunciava al reincarico.

Fu così che il progetto venne nuovamente accantonato.

Cresceva l’interesse verso il personaggio di Moro, si cominciava a studiarlo più a fondo. Ci si chiedeva cos’avesse in mente davvero questo nuovo segretario del partito, quale tendenza seguisse. Non si riusciva a inquadrarlo, neppure si riusciva a dire se era di corrente dorotea o fanfaniana. La verità è che non apparteneva a nessuna corrente, anzi nasceva proprio allora un gruppo moroteo. Non piaceva a nessuno il suo linguaggio evasivo, dai toni attenti, caratterizzato da un’estrema meticolosità nella scelta delle parole, di modo che avessero tutte un significato sfumato e impreciso.

Il Quirinale ci mise molto meno del previsto a trovare un nuovo candidato per la formazione del governo. L’8 aprile 1960, dunque, la Camera dava la fiducia all’on. Tambroni. Si era reso necessario un rastrellamento di voti per il conseguimento della maggioranza a Montecitorio e un contributo determinante era stato dato dal MSI. Già all’indomani dell’investitura del nuovo esecutivo, si diceva che Moro avesse cominciato a predisporre le condizioni parlamentari per provocarne la caduta. Aveva in mente una soluzione per dare uno sbocco politico al paese e, perché ciò fosse possibile, era necessario aprire una crisi di governo. Aveva già avuto molti incontri col Presidente della Repubblica Gronchi, ma non era riuscito a convincerlo della ragionevolezza delle sue posizioni. Decise così di prendere l’iniziativa e presentò la sua idea all’interno di un dibattito parlamentare. In quella sede, cinque partiti diedero subito la propria disponibilità ad appoggiare l’esperimento e, a quel punto, il MSI perse ogni capacità di condizionare la DC. Il nuovo governo che si profilava era un altro monocolore; esso otteneva il voto della DC, del PSDI, del PRI, del PLI e l’astensione del PSI. Tale esperimento fu denominato ‹‹governo delle convergenze parallele››. Moro e Fanfani raggiungevano un accordo e quest’ultimo accettava di essere posto alla presidenza del nuovo esecutivo per garantirgli maggiore stabilità. Il ‹‹governo delle convergenze parallele›› non avrebbe significato la tanto sospirata svolta a sinistra, ma avrebbe comunque battuto la strada per una sua possibile realizzazione in futuro.

L’atmosfera non si era affatto distesa e gli ambienti della destra erano ancora in pieno fermento, così come le correnti interne alla stessa DC. La matassa andava dipanata e proprio alle personalità di Moro e Nenni toccava diventare i direttori dell’operazione. Gli archivi del PSI e della DC, però, non riportano prove o indizi di incontri frequenti, anche riservati, fra i due. Il passaggio dal ‹‹governo delle convergenze parallele›› all’apertura a sinistra richiese una certa gradualità. All’interno del suo partito, Moro non aveva i numeri per sfondare fin da subito le generali resistenze. Ci volle del tempo, infatti, per convincere i compagni democristiani. Nenni e i socialisti incominciavano, intanto, a dimostrarsi insofferenti, di fronte ai temporeggiamenti del segretario DC, e riaffioravano le diffidenze iniziali. La Chiesa continuava a criticare Moro, Fanfani e La Pira in quanto traditori e pubblici peccatori perché complici del marxismo ateo. A chi si opponeva alla sua idea, Moro rispondeva: che la DC, per la sua natura popolare e antifascista, non poteva prendere in considerazione alleanze di destra; non essendovi la possibilità di conseguire una maggioranza solida col solo centrismo, bisognava allargarsi per forza verso il PSI; i rischi presentati dalle gerarchie ecclesiastiche non potevano ritenersi fondati specialmente perché la DC non intendeva cedere posizioni di potere.

In questa prospettiva, oggi, diversi politologi considerano il convegno ideologico di S. Pellegrino, che si tenne nel settembre del 1961, una pietra miliare nella storia della DC. Cercando di risultare il più oggettivi possibile, si può affermare che il convegno di San Pellegrino fornì elementi importanti per continuare il discorso sul centro-sinistra. Esso dimostrò che la DC doveva rinnovarsi, perché il tempo di De Gasperi, Dossetti e Vanoni era ormai passato. Dal dossettismo si arrivava a Moro, dall’idea del centrismo di De Gasperi si balzava alla nuova formula del centro-sinistra. Fu in questa sede che il segretario pugliese fece riferimento ai ‹‹cattolici democratici››. E disse che essi dovevano prendere atto della realtà e quindi prepararsi a un dialogo senza alcuna riserva con le forze democratiche, rendendo possibile un utile e costruttivo discorso tra partiti diversi nella vita politica del paese. La vera rassicurazione al partito, però, arrivò solo un anno dopo, in occasione del congresso DC tenutosi a Napoli in gennaio. Restavano da chiarire alcuni punti fondamentali, quale quello dei contenuti effettivi della formula. Moro mise in chiaro a più riprese che la strategia dell’apertura a sinistra non implicava alcun accordo politico vero e proprio, né un’alleanza organica. Il discorso di Moro al Teatro S. Carlo di Napoli si distinse per una linea volutamente progressista: i toni e le parole incoraggiavano all’avvento di tempi nuovi che anche i cattolici, alla luce della visione cristiana dell’uomo e della società, dei diritti di libertà e dei doveri di solidarietà sociale, dovevano prepararsi ad affrontare. Nel febbraio 1962, si insediava un nuovo governo a Palazzo Chigi, guidato da Fanfani, nome che era stato opportunamente fatto da Moro per avverare il suo progetto. Nasceva finalmente il ‹‹centro-sinistra programmatico››. Malgrado il discreto avvio iniziale, l’aria di riforme e di ottimismo generale, esso si rivelò un altro fallimento.  Con l’avvicinarsi delle elezioni del 1963, il ‹‹centro-sinistra programmatico›› dovette accontentarsi del poco che era stato fatto, vista anche l’ostinazione dei dorotei a impedire a Moro e Fanfani di portare a compimento il progetto di introduzione delle regioni, che era allora in discussione, o la riforma urbanistica.

Gli anni del boom economico stavano volgendo al termine, per essere sostituiti da un clima che, a poco a poco, si sarebbe fatto ben più teso. Inoltre, due avvenimenti in particolare avevano sconvolto il mondo e lo stesso assetto della politica italiana non poté che esserne influenzato: la morte di Papa Giovanni e quella del Presidente americano J.F. Kennedy. Il pontificato giovanneo aveva in gran parte favorito le formule e i progetti di Moro, essendosi contraddistinto anch’esso per un’apertura al dialogo e alla tolleranza, elementi indispensabili per maturare una convivenza ai tempi della guerra fredda. Kennedy, d’altra parte, si era schierato favorevolmente verso la nuova formula del centro-sinistra, nella speranza che questa potesse costituire un modello per molte nazioni europee. Gli equilibri mutavano e il contesto in cui Moro si trovava ad operare si faceva più difficile.

Nel dicembre 1963, i desideri di molti democristiani e di alcuni esponenti del centro-sinistra venivano accolti e un governo Moro-Nenni si insediava a Palazzo Chigi. Era l’inizio del ‹‹centro-sinistra organico››, che vedeva rispettivamente Moro alla Presidenza del Consiglio e Nenni suo vice.

Agli inizi del 1964, il segretario pugliese poteva già constatare che la situazione economica si era fatta più nera. Nel complesso, la formula di centro-sinistra sembrava andare bene e, a dispetto delle resistenze e obiezioni iniziali, PSI e DC parevano anche andare piuttosto d’accordo. Le strutture dello stato italiano, però, si mostravano cigolanti e non affatto preparate all’aria di crisi che si respirava. Repubblicani, socialdemocratici, larga parte dei socialisti, confidavano tutti in Moro, convinti che non ci fosse nella DC un’altra personalità in grado di sostituirlo. La fiducia forse fu troppa. Il governo si muoveva con cautela e non procedeva con l’intenzione di compiere grandi riforme. I consiglieri economici del Presidente del Consiglio avevano dipinto a più riprese un quadro tutt’altro che felice dell’economia italiana, insistevano che tutto si potesse risolvere solo attraverso una stabilizzazione economica e monetaria. La manovra non piaceva ai socialisti e, invero, ci si chiedeva anche se la lira sarebbe stata capace di reggere. Moro, che sentiva grida di opposizione provenire da tutte le parti, decise allora di mettere in atto una strategia delle sue: senza rinunciare ad alcuni elementi fondamentali del programma, lanciò un appello ai sindacati perché si istituissero degli incontri triangolari. In questo modo, tre forze diverse (governo, lavoratori e imprenditori) avrebbero affrontato insieme la difficile congiuntura economica. Era un tentativo di applicare anche alla sfera economica la sua teoria del compromesso. Cercare di conciliare posizioni tra loro così diverse, però, in tal caso, non si dimostrò la soluzione più efficace.

Le spaccature in seno al Parlamento divennero ancora più profonde con la pubblicazione del ‹‹memorandum›› Colombo. A metà maggio, il ministro del Tesoro Emilio Colombo aveva inviato a Moro un memorandum sulla situazione economica. Il documento rivelava l’altissima probabilità di un collasso economico in tempi brevi, se non si fosse fatto ricorso a determinate misure. Il Presidente del Consiglio, ben sapendo che tali misure non sarebbero state benvolute, soprattutto dai socialisti, decise di tenere il tutto segreto, nella speranza di trovare una soluzione condivisibile anche dalla sinistra. Nel giro di pochi giorni, tuttavia, sul ‹‹Messaggero›› apparve un riassunto fedele e preciso del memorandum e la crisi divenne inevitabile. Moro fece tutto il possibile per calmare gli animi e limitare al massimo i danni; a questo scopo si incontrò con Rumor: le consultazioni produssero alla fine una nota ufficiosa, che diceva che esistevano le condizioni per una ripresa economica. La stampa, comunque, non gli diede credito e trapelarono ulteriori indiscrezioni. A quel punto, lo statista pugliese giocò l’ultima carta che gli rimaneva: avviò una verifica, ovvero una serie di incontri di vertice fra i partiti della maggioranza governativa per capire se la crisi fosse superabile. A riunioni finite, ci si preparò per il dibattito parlamentare. I giornali lo accusavano di essere evasivo e vago.

Il 25 giugno 1964, in occasione di una semplice votazione, che riguardava il capitolo 88 del bilancio della Pubblica Istruzione, Moro rimase in minoranza. Si astennero sia socialisti, che socialdemocratici, che repubblicani. Il fatto fu significativo, perché denotava chiaramente il venir meno del sostegno al Presidente del Consiglio. L’episodio dava un colpo definitivo al sistema e causava le ormai improrogabili dimissioni di Moro.

A cura di Franny.

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