La battaglia dei bianchi e dei neri- favola originale

Voglio proporvi una favola originale, che scrissi diversi anni fa contro il razzismo. Oggi c’è più bisogno che mai di comprendere che l’umanità è una sola. E’ un po’ lunga, ma carina da leggere.

La battaglia dei bianchi e dei neri

C’era una volta, molti secoli fa, un paese molto monotono in sé, dove nulla aveva colore, ma tutto era bianco e nero e ogni singola porzione del territorio pareva la pavimentazione di una scacchiera. Un territorio non infinito, ahimè, appartenente ad un mondo quadrato, piatto, che non ruotava, ma restava in paziente equilibrio tutto il tempo. Al limitare del perimetro di quel quadrato, come sulle prime caselle di una scacchiera, sorgeva, da una parte, un villaggio di esseri bianchi e, dall’altra, un villaggio di esseri neri.

Ciascun popolo aveva le sue leggi, i suoi costumi e le sue usanze, e, com’è di regola, aveva da ridire qualsiasi cosa sull’altro. I bianchi ce l’avevano coi neri, perché erano neri. I neri ce l’avevano coi bianchi, perché erano bianchi. Poi i bianchi non sopportavano i neri, perché si credevano più saggi di loro, e i neri non sopportavano i bianchi perché erano più esperti nell’arte della guerra. Reciprocamente, quindi, un popolo definiva se stesso bello e l’altro brutto, se medesimo abile e l’altro incapacitato, se stesso intelligente e l’altro ignorante in ogni cosa.

Così, ciascun popolo finiva per vivere confinato in una parte del mondo, senza mai poter sapere nulla dell’altra.

I bianchi avevano torri alte, ai lati del regno, poi possenti scuderie accanto ad esse, dove i cavalieri più abili e forti solevano esercitarsi. Vicino a queste si trovavano le case dei fanti e le armerie, dove si solevano comprare le armi, quando le vecchie andavano buttate. Poi c’erano due grandi palazzi, divisi da un muraglione, l’uno, a destra, abitazione della regina e delle sue ancelle, l’altro, a sinistra, abitazione del re e dei suoi consiglieri.

Più oltre si estendeva la contrada dei contadini e dei popolani, i quali avevano anch’essi il compito di proteggere il regno dai guai e dai disastri, muniti dei loro forconi e alcuni, addirittura, delle loro picche acuminate. 

La stessa organizzazione, con ben poca differenza, si aveva nel regno dei neri.

 Un giorno, data la distanza fra re e regina bianchi e re e regina neri, capitò che la regina bianca si affacciasse dalla sua finestra, che dava direttamente, a chilometri di distanza, sul palazzo della regina nera, che lei poteva vedere, senza distinguerlo, data la piattezza del mondo.

“Oh, quanto appare bello quel regno lontano!”dichiarò lei, idealizzandone le forme.

Dall’altra parte, lo stesso pensava la regina nera, la quale, un giorno, chiese al marito di portarla a conoscere quelle terre.

Il marito, indignato, rispose: “Ma quella è terra dei bianchi! Vuoi tu mischiarti con loro?”
La regina, delusa, negò immediatamente e cercò di scacciare dalla propria mente quella strana idea.

La medesima cosa, tuttavia, fu proposta dalla regina bianca al suo re, il quale, trovò, a suo modo, la questione interessante.

“I neri sono inferiori, mia sposa, ma, per la loro supposta inferiorità, non è detto che inferiori siano anche quei territori! Il regno dei bianchi dovrebbe estendersi fin là, dico io, e dovremmo fare dei neri nostri schiavi!”

La regina batté le mani contenta e, il giorno seguente, fu preparato un esercito, perché il re potesse partire alla conquista.

I fanti portabandiera procedevano molto veloci, con una tattica di guerra che imponeva loro un percorso diagonale, per raggiungere in rapidità il nemico, prima degli altri, e attaccare.

I cavalieri procedevano, invece, in modo strano e lento, seguendo uno strano tragitto a L.

Il re, invece, che stava dietro di tutti, aspettava l’avanzamento del suo accampamento, e si spostava un po’ di qua e un po’ di là, di modo da non essere mai raggiunto dall’occhio nemico dell’altro re, che tutto vedeva, dall’alto della sua torre, col suo prezioso cannocchiale.

Giunse il giorno, dopo giorni di cammino per la spedizione bianca, che il re nero ebbe avvisaglia di qualcosa e chiamò le sue picche perché andassero in esplorazione, a controllare la situazione.

La regina nera, spaventata, si chiuse dentro il proprio palazzo, e, malgrado la sua grande conoscenza in arti magiche e armi, da lì non si mosse affatto.

Arrivò il momento, poi, nonostante la buffa e astuta tattica militare degli alfieri, che essi vennero scoperti e, in parte, trucidati dalle picche.

Alcuni di loro furono fatti prigionieri e altri si salvarono, scappando in ritirata, pronti a informare il re dell’accaduto.

Quando il re bianco fu informato di ciò che accadeva, decise di mandare innanzi i suoi cavalieri e mandare alcuni alfieri ad informare la sua sposa, perché lasciasse la propria casa e si unisse a loro, nella battaglia, di modo da poter curare i feriti ed essere maggiormente protetta.

Il re nero, anche lui, venne presto a conoscenza dei movimenti del nemico e stabilì, a sua volta, di dover partire e andare incontro all’altro re.

Uno dei figli del re bianco, poi, che si era travestito da contadino, decise di andare, da solo, in esplorazione nel regno nero, di modo che ombre e luce, alternativamente, lo coprissero.

 Sarebbe sembrato un nero, pensò, se avesse sfruttato le ombre, e, in mezzo a tutte quelle picche nere, nessuno lo avrebbe riconosciuto.

Accadde in questo modo che, un giorno, il principe incontrasse la principessa del regno nero, che stava a guida delle picche esploratrici nemiche.

Costei lo riconobbe, erroneamente, come uno dei suoi e lo rimproverò per essersi avventurato solitariamente.

“Cosa volevi fare, picca? Trovare un modo tu stesso per uccidere il re l’altro signore?”

Quello annuì, intimidito.

Non aveva mai pensato, infatti, che una del regno dei neri potesse avere una tale bellezza.

Non passò molto tempo, poi, che, passando per una zona più luminosa, la principessa si accorse dell’inganno.

Stranamente la sua rabbia fu solo iniziale nei confronti della picca.

“Chi siete?”gli chiese.

Quello rispose: “Sono il principe bianco, figlio del re bianco. Giungo qui per conoscere il vostro regno…”

La principessa non gli credé e gli puntò la propria lancia alla gola.

“La vostra stirpe è reale e a me non è dato di togliervi la vita. Vi lascerò libero, se prometterete di chiedere a vostro padre di non avanzare.”

Il principe non acconsentì a queste richieste.

“Non posso.”dichiarò. “Mio padre non accetterà mai, ma ora che vedo che voi non siete inferiori né per l’arte del combattimento, né per intelligenza, né per bellezza…”
Bellezza?

La principessa tacque, sorpresa.

“Bene,”stabilì. “se dunque non volete obbedirmi, sarò costretta a portarvi dal re, mio padre e signore. Lui deciderà cosa fare della vostra vita.”

Il viaggio, così, fu lungo molti giorni e i due giovani trascorsero diversi momenti insieme.

Finì che accadde l’inevitabile e i due, sebbene l’uno bianco e l’altra nera, si innamorarono.

Mantennero il segreto e l’apparenza con le truppe, con l’idea, viva nel cuore, di fare parola del loro amore ai propri padri, di modo da dissuaderli, definitivamente, dalle loro continue scaramucce e dalla loro guerra.

La principessa, che non sapeva che il padre era partito, giunta a palazzo, trovò solo sua madre e le sue ancelle.

“Figlia!”la salutò. “Hai portato un prigioniero!”

“Sì, madre, ma…”e fu così che la principessa spiegò tutta la vicenda alla madre.

La regina, che molto, un tempo, aveva saputo dell’amore e alla quale, molto, ora, esso mancava, poiché il re si occupava di tutto fuorché di lei, la comprese e pose la propria benedizione su quell’unione.

Mandò così un messo perché richiamasse il re nero alla sua dimora e lo informasse delle imminenti nozze.

Gli eserciti nero e bianco, intanto, avevano sparso troppo del loro sangue in giro, ignari della nuova situazione, fino ad arrivare al punto che anche re nero e re bianco, che ormai si erano incontrati, fossero lì lì per uccidersi.

Ecco, però, che, nel pieno del duello, arrivò il messo ad informare i sovrani.
Costoro, stizziti per l’accaduto, data la presunta incompatibilità di un essere bianco e di uno nero, decisero di unire i propri eserciti in un’alleanza, per raggiungere più in fretta il palazzo e fermare le nozze.

Giunti a destinazione, tuttavia, trovarono che le nozze si erano appena concluse ed ebbero modo di conoscere vicendevolmente il nuovo membro della loro famiglia.

I sovrani del regno bianco dovettero, dunque, data la situazione, dare la propria benedizione al figlio e promettere che alcuna guerra si sarebbe mai più protratta fino a quei confini, almeno non fra i loro popoli.

Lo stesso fece il sovrano nero, arresosi all’evidenza.

L’avidità li aveva portati a desiderare terre, che erano di un altro popolo, e, col tempo, compresero quanto poco di incompatibile ci fosse tra bianchi e neri e che l’unica differenza dipendesse dal colore della loro carnagione.

Fu così che quell’amore portò la pace tra bianchi e neri e avvennero molti altri matrimoni, molte altre alleanze, oltre a quella sovrana, e molti altri legami ancora, d’amicizia o di lavoro, fra la gente del popolo.

In quel modo, in pochi anni, i popoli decisero di fare di due regni un unico regno e stabilirsi al centro del mondo piatto, nel quale vivevano.

Là trovarono meravigliosi territori e fondarono una meravigliosa città, non più ossessionata dal pallore o dall’ombrosità imponente dei loro rispettivi edifici, ma una città bicolore, bianca e nera, dove la società si svagava felice e contenta, nella pace del sole.

Così, dalla loro terra fatta a scacchiera, bianchi e neri compresero che, sin dall’origine dei tempi, i due popoli erano stati concepiti per unirsi in un popolo solo. Ma, solamente col passare degli anni e dei secoli, bianchi e neri scomparvero, per formare un popolo che aveva un’unica colorazione, che era il risultato dell’unione dell’una e dell’altra.

Immagine bw tratta dalla serie TV “Merlin”, giusto per dare un volto fittizio ai nostri protagonisti.

A cura di Franny.

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