Questione di prospettive

“La tua visione della vita dipende dalla gabbia di cui sei stato prigioniero.”

(Shannon L. Alder)

Le cose non sono mai così nere come sembrano. Anche nella peggiore delle situazioni c’è sempre una via d’uscita dietro l’angolo.

Qualche volta, purtroppo, capita che catastrofi o tragedie ci rendano impotenti, ci deprimano, ci abbattano. Allora, sì, che -come dei bruchi in attesa che il bozzo in cui siamo rinchiusi, si apra – è giusto essere pazienti. Non colpevolizzatevi se non avete fin da subito la forza di reagire, sarebbe infatti strano il contrario! E’ assolutamente naturale crollare di fronte alle difficoltà. Tuttavia, non dobbiamo dimenticarci che la realtà che percepiamo coi nostri sensi, con la nostra mente, è filtrata, dalla nostra scala valoriale, dalle nostre convinzioni, dai fatti esterni, dalle opinioni altrui, dalle esperienze del nostro passato, dall’incoscio. Spesso, vediamo il nero, laddove la luce sta per sopraggiungere e darci una piccola scintilla di speranza. Non si tratterà mai di qualcosa di grande, di lampante, di straordinario. Sarà un gesto, una parola, un affetto, una mano tesa, un programma alla televisione, un cibo che amate, una fotografia di qualcuno che non c’è più. Sarnno queste banalità, come un inuput, a indicarvi la strada, ad invitarvi a cambiare prospettiva e a non distorcere in modo eccessivamente negativo la realtà che vi circonda.

C’è una leggenda molto bella, che ho letto una volta, e parla di due rane che erano precipitate in un buco profondo.

Le due rane

Entrambe avevano una diversa percezione della realtà che le circondava. Fuori dal buco, poi, c’erano altre rane che gracchiavano nella loro direzione, quasi volessero comunicare alle due sprofondate nel buco qualcosa. Però, entrambe erano troppo lontane per poter capire cosa queste dicessero. Una rana era più negativa di quanto avrebbe dovuto, non era realista, ma profondamente pessimista. L’altra era ottimista, in una maniera realistica. La rana pessimista pensava che le compagne fuori dal buco le stessero urlando che tanto non c’era via d’uscita, non c’era speranza, di aspettare in pace l’ora della morte perché tanto non avrebbe potuto evitarla. La rana realisticamente ottimista, d’altro canto, sapeva che nessuno sarebbe venuto a soccorrerla, perché il buco era troppo profondo. Non era ottimista in senso stupido, sapeva che per uscire fuori da quella situazione, si sarebbe dovuta impegnare molto. Nei gesti delle compagne, colse incoraggiamento, anche se, in verità, molte di loro, la stavano deridendo. Fra queste, c’erano soltanto un paio di rane e ranocchi suoi amici che tifavano davvero per lei. La rana realisticamente ottimista si focalizzò su di loro.

Raccolse tutte le proprie forze, cadde, si fece male. Rimase nel buco almeno un giorno intero e una notte, senza mangiare, ascoltando i lamenti disperati dell’altra rana. Poi, alla fine, dopo innumerevoli, tentativi, con somma sorpresa del gruppo di rane e ranocchi che ancora attendevano al di fuori del buoco, ne uscì. Avrebbe voluto che l’altra rana riuscisse a trovare il coraggio di provare, rialzarsi e venirne fuori anche lei. Provò a incitarla, ma questa, dal fondo del buco, non potendola udire, credette che la rana realisticamente ottimista si stesse crudelmente prendendo gioco di lei.

La rana ottimista guardò l’altra con rammarico e riabbracciò le rane e i ranocchi suoi amici che le avevano trasmesso quel briciolo di speranza necessario a permetterle di continuare a lottare.

Photo by Guillaume Meurice on Pexels.com

Spesso, come la rana nel fondo del buco, siamo così debilitati e avviliti -anche dalle circostanze- che distorciamo la realtà e la vediamo peggiore di quanto sia. Ci scoraggiamo, smettiamo di combattere, accettiamo meramente le cose così come sono e finiamo per attribuire tutte le colpe dei nostri insuccessi, dei nostri limiti, a qualcosa di esterno o a qualcuno che invece non c’entrano nulla.

Così, pensieri come “Non migliorerà”, “E’ ovvio che scrivendo questa relazione, ho fatto degli errori”, “Il mio amico/la mia amica non risponde perché ho fatto qualcosa che l’ha irritato/a”, “Non ho mai fatto questa strada, mi perderò”, “Tanto è destino che sia infelice”, “Non ne usciremo mai da questa situazione”, finiscono per impossessarsi della nostra mente e avere la meglio su di noi.

Vediamo alcuni brevi esempi di distorsioni cognitive, che ha elencato Gill Hasson ne “La positività in tasca“:

  1. Deduzione arbitraria: è una modalità di pensiero in cui accogliamo esclusivamente i dati che si conformano alle nostre convizioni e, di conseguenza le confermano, mentre evitiamo deliberatamente tutti quei dati e quelle varibili che potrebbero dare origine a una spiegazione diversa. Magari finiamo per dare maggior peso agli aspetti negativi rispetto a quelli positivi, in modo tale da poter avere una conferma del nostro pessimismo.
  2. Attenzione selettiva: similmente alla deduzione arbitraria, porta gli individui a concentrarsi sugli aspetti negativi di una situazione piuttosto che alla stessa nel suo insieme. Oggettivamente, è umanamente impossibile considerare una circostanza nella sua interezza, ma bisognerebbe fare almeno lo sforzo di enumerare anche dei pro oltre a dei contro.
  3. Pensiero polarizzato: è il pensiero del tutto o niente, quel tipo di distorsione che fa vedere alle persone le cose tutte buone o tutte cattive, giuste o sbagliate. Sia che si veda tutto troppo positivo sia che si veda tutto troppo negativo il rischio è alto: il crollo emotivo è alle porte in entrambi i casi. L’unica via percorribile è quella dell’equilibrio.
  4. Catastrofismo: è la tendenza a pensare che le cose continueranno a peggiorare SEMPRE. Sebbene le cose possano andar male, anche molto male, per fortuna, contrariamente a quanto recita il noto proverbio, c’è SEMPRE un limite al peggio.
  5. Lettura del pensiero: convinzione distorta che porta alcune persone a convincersi di sapere che cosa pensano di loro le altre persone e le porta a ritenere erroneamente che queste abbiano piani e intenzioni negativi.
  6. Colpevolizzazione: è la mania di dare o attribuire ad altri la colpa o la responsabilità dei nostri insuccessi, considerando noi stessi come vittime inermi e considerandoci altresì responsabili della nostra incapacità di reagire e della nostra stupidtà.

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