L’ottimismo nel mondo: l’ottimismo orientale buddista

Vi ricordate quando abbiamo parlato della concezione di ottimismo nel mondo e, in particolare, abbiamo distinto principalmente due filoni: l’ottimismo occidentale e l’ottimismo orientale?

Potete trovare il post qui: L’ottimismo nel mondo: il sistema occidentale

Ora tenterò di indagare, con gli strumenti a mia disposizione, il sistema orientale.

Semplificando, abbiamo detto che, l’ottimismo orientale, trae la propria ispirazione dal buddismo, in realtà ovviamente il quadro è più complesso.

Il buddismo si è ampiamente diffuso nel corso dei secoli: prima nel Sudest asiatico, poi attraverso l’Asia centrale fino in Cina, al resto dell’Asia orientale e infine in Tibet e in altri luoghi remoti dell’Asia centrale.

Il buddismo

Partiamo da qui. Cos’è il buddismo?

La parola buddismo o buddhismo deriva dal sanscrito “buddha-sasana“. Così come il cristianesimo e l’Islam, il buddismo è una delle religioni più antiche e diffuse al mondo. Il suo fondatore fu Siddharta Guatama, un uomo che nacque in India nel 600 a. C. e che, inizialmente, essendo molto ricco, visse nel lusso, senza curarsi troppo del mondo esterno. Tale estraneazione era dovuta alla forte volontà dei genitori di proteggerlo e impedire che fosse influenzato da una qualche religione. Si narra che un giorno ebbe una visione di un cadavere, di un anziano e di un malato e, successivamente, quella di un sacerdote ascetico, felice perché aveva abbandonato tutto ciò che gli impediva di raggiungere la serenità. Da quel momento, decise che si sarebbe lasciato alle spalle tutte le proprie ricchezze per vivere come il sacerdote e riuscire ad emulare la sua felicità.

“Ad avere di più è colui che è contento di ciò che ha.”

(Buddha)

Per fare ciò, cominciò a vivere compiendo rinunce, con austerità e facendo lunghe ed intense meditazioni.

L’epiteto di Buddha, che significa “illuminato”, gli venne assegnato in seguito a un particolare evento della sua vita: un dì meditava, sotto l’Albero Bodhi, da cui aveva deciso di non alzarsi se non dopo aver raggiunto l’illuminazione, pensando di rimanervi fino alla morte se fosse stato necessario; il mattino dopo riuscì nel suo intento.

Buddha divenne un leader e iniziò ad avere delle persone che lo seguivano e volevano apprendere la sua via per essere felici.

Il suo pensiero può essere riassunto nelle c.d. quattro nobili verità da lui scoperte: 1) vivere è soffrire; 2) soffrire è causato dal desiderio (o attaccamento); 3) la sofferenza può finire quando ci si libera delle passioni cui si è attaccati; 4) tutto ciò può essere raggiunto percorrendo un nobile sentiero. Il Buddha non si considerava una divinità, ma piuttosto un uomo che era venuto per mostrare un percorso nuovo di crescita agli altri.

Attraverso l’esperienza della morte e del dolore, Buddha comprese che il senso reale della vita stava nella semplicità.

Il sistema orientale

L’ottimismo insito nel pensiero buddista – che, oggi, grazie alla Globalizzazione, si sta radicando anche in Occidente, essendo l’Asia il continente del futuro- è un ottimismo che parte dalla conoscenza di ciò che è male, di ciò che è triste, di ciò che fa soffrire. Parte dal concetto secondo cui la gran parte di noi ignora ciò che ha perché è portato a volere sempre di più. E’ un ottimismo che va ricondotto assolutamente alla corrente dell’ottimismo realista, ma non è un ottimismo che si aspetta di ottenere chissà cosa in poco tempo.

E’ un ottimismo che insegna la pace, l’equilibrio. Un ottimismo che non ti dice di fissare un traguardo, di cambiare il mondo, ma di cambiare prima te stesso, perché il mondo si deve cambiare un individuo alla volta. E’ un ottimismo che predica che l’esempio silenzioso conta, spesso, più di tanti esempi clamorosi, acclamati e rumorosi.

L’ottimismo del sistema orientale, se così vogliamo intenderlo, è forse spoglio della frenesia tipica dei Paesi più industrializzati. E’ calma, è zen, è riconnessione col Sé e coi propri desideri più profondi. Non ti dice che non potrai raggiungere i tuoi obiettivi, ti dice di calmarti, di non essere smanioso, ma di essere paziente, come le piccole pietre che rotolano giù dalla collina prima della frana del cambiamento.

“L’uomo che sposta una montagna inizia trasportando piccole pietre.”

(Proverbio cinese)

L’ottimismo orientale è un qualcosa che a noi manca: è una filosofia del saper apprezzare il gusto di un cibo, il sorgere del sole, la nascita di un fiore, la generosità di una o più persone, un’amicizia sincera, la lettura di un libro. A tal proposito, una monaca buddista di origine tedesca, dei giorni nostri, di nome Ayya Khema, ha detto:

“Possiamo pensare che sia la qualità del tramonto a darci tanto piacere, ma in realtà è la qualità della nostra immersione in quel tramonto a darci gioia.” (Ayya Khema)

Non è un ottimismo privo di finalismo, anche lì c’è una strada, un traguardo che siamo destinati o meno a tagliare… ma così come per le divinità nel buddhismo, -che sono intese in senso diverso dal nostro e la cui presenza per i credenti di questa religione, non è essenziale per raggiungere l’illuminazione e il risveglio-, il fine ultimo cui siamo votati è qualcosa di cui non preoccuparsi troppo.

E’ un fidati, che ha che vedere con il fidati del cristianesimo, ma che, nel buddismo, si traduce in fiducia in tutto ciò che scorre intorno e nelle leggi dell’Universo. Ad ogni modo, sbaglia chi crede che l’ottimismo buddista possa coincidere con l’atteggiamento proprio di colui che sollevando le braccia spera che prima o dopo le cose si aggiusteranno da sole. Cambiare le cose è del tutto intenzionale e dipende da noi, solo che bisogna farlo con tranquillità, un passo alla volta, con la lentezza e la saggezza della tartaruga anziché con la rapidità confusionaria della lepre.

Così come da noi la filosofia è stata parzialmente plasmata e influenzata dal cristianesimo, filosofie e correnti di pensiero orientali sembrano essere fortemente legate ad alcuni principi buddisti.

Ad esempio, la filosofia giapponese parte da considerazioni spesso diametralmente opposte rispetto alle nostre. Per i giapponesi, l’esistenza è qualcosa che è costantemente soggetto a variazioni e mutamenti. Per loro, tutto parte dal nulla e il resto, ciò che ha forma, ciò che vediamo, è una completa illusione. Per natura, il divenire sarebbe costituito, infatti, da fenomeni privi di sostanzialità propria, in quanto sarebbe il nulla a costituire la realtà fenomenica. Di conseguenza, il fenomeno è ciò che è vuoto e ciò che è vuoto è il fenomeno (“Hiki soku ze ku, ku zoku ze shiki”). Questo, però, cosa vuol dire? Vuol dire che tutto ha origine nel vuoto. L’inizio e la fine derivano dalla stessa cosa: il vuoto, tant’è vero che tutte le esistenze -pensiamo alle foglie degli alberi-, sono alimentate dalla loro radice.

Il principio sopra indicato viene definito shogyo mujo, cioé principio dell’impermanenza delle cose mondane. Quindi, tutto ciò che ci circonda e ha forma è un’illusione, tutto esiste solo in relazione ad altro, niente ha una propria sostanza di per sè. Qui c’è un eco quasi kantiano, ma la concezione è diametralmente diversa. Quando l’uomo finalmente comprende che tutto ciò che lo attornia è vano, è illusorio, allora percepisce e riconosce il Buddha, ha l’illuminazione, apprende ciò che veramente è importante. Capisce che tutte le cose sono Buddha e che l‘unica realtà autentica è il cosmo nella sua interezza, che crea e mantiene un duraturo equilibrio equilibrio tra i mondi.

L’ottimismo insito in quest’approccio è ostico da spiegare, ma può essere riassunto nei proverbi che seguono:

“Non dire <<è impossibile>>. Di’: <<Non l’ho ancora fatto!>>.

(Proverbio giapponese)

Non aver ancora fatto qualcosa che sembra impossibile non ci impedisce, invero, di farla fra un po’, nel tempo giusto. Non per niente, impossibile può identificarsi col vuoto ed è dal vuoto che parte tutto!

“Alcune volte vinci, tutte le altre impari.”

(Proverbio giapponese)

Anche aver perso è un’illusione, perché bisogna guardare sempre le cose da una diversa prospettiva, siccome il mondo è in divenire continuo e la realtà può concretizzarsi in mondi diversi in equilibrio tra loro: se ho perso, non ho vinto, se non ho vinto ho imparato qualcosa che mi sarà utile per non perdere la prossima volta.

“Non sorridiamo perché qualcosa di buono è successo, ma qualcosa di buono succederà perché sorridiamo.”

(Proverbio giapponese)

Ecco come la filosofia e il pensiero giapponese sono impregnati di matematica e di scienza, così come le nostre. E’ quasi fisica quantistica: se voglio risultati positivi, devo pensare positivo. Le cose positive le attrae matematicamente chi prova a mutare il suo modo di essere in questo senso. E, quando non è automaticamente così, bisogna stare tranquilli perché la realtà è un divenire continuo e così come il giorno di 24 ore è fatto di buio e di luce, anche l’oscurità della nostra vita passerà.

La cultura buddista, così come la cultura induista, ha un principio cardine molto importante non solo nel karma, ma anche nel dharma, che, secondo alcuni studiosi, conterrebbe il nucleo filosofico dell’Estremo Oriente.

Cos’è il dharma?

Il dharma (धर्म), parola che deriva dal sanscrito, per gli orientali è una legge universale che governa la nostra vita. Nel tempo è stato tradotto con diversi vocaboli: “legge”, “dovere”, “modo giusto in cui le cose scorrono”; talvolta può essere tradotto anche col termine “religione” anche se non è corretto al 100%. La parola va scomposta in “dh”, che significa “verità”, “base”, “giusto”, e nella sua versione più antica si ritrova spesso accostato alla sillaba “Rta“, ossia l’ordine cosmico a cui tutto si rifa, che tutto sostiene. Per gli induisti, il concetto di dharma è ben esplicato nei Veda, testi sacri della religione. Esso compare, oltre che in buddismo e induismo, anche in altri culti orientali, come jainismo e sikhismo.

Nel buddismo, il dharma è concepito come un’ottuplice ruota. Il simbolo di tale ruota assomiglia ai nostri timoni. Esso rappresenta il sentiero da compiere per raggiungere la pace e l’equilibrio, è detto anche ottuplice sentiero buddista e prevede: corretta visione; corretto pensiero; corretta parola; corretto intento d’azione; corretta sussistenza; corretta consapevolezza; corretta concentrazione.

Il dharmacakra è un simbolo della religione buddista; foto del simbolo, tempio tibetano

Nel dharma, si possono distinguere tre insegnamenti: ku – ke – chu.

Ku indica la non-sostanzialità.

Ke indica la transitorietà.

Chu indica la via di mezzo.

Importantissimo è per la filosofia giapponese il terzo principio, poiché implica una logica che rifiuta il dualismo vero-falso, bianco-nero. Il mondo per i filosofi giapponesi, infatti, non è interpretabile attraverso una logica binaria, ma è necessaria una logica multipla per comprenderlo! Non a caso, la realtà cambia di continuo, quindi la conoscenza del reale, detta prajna, avviene solo attraverso uno status di illuminazione interiore, di risveglio. Il satori, l’illuminazione, per l’appunto, è la condizione della conoscenza che non distingue l’oggetto dal soggetto.

La filosofia giapponese è meno presuntuosa e diametralmente opposta a quella occidentale (e quindi alle logiche kantiane), perché non pretende di affidarsi alla guida della ragione per concepire il reale. Ciò porta l’uomo in un vicolo cieco, se pensiamo alle evoluzioni della filosofia occidentale e all’originarsi dei concetti di super-uomo, non possiamo che essere un poco d’accordo, pur restando la ragione un mezzo fondamentale. Secondo i giapponesi, la guida della ragione può portare all’errore, perché rende l’uomo crudele e superbo e lo porta ad essere capace di discriminare ogni conoscenza acquisita. Per conoscere, secondo gli orientali, serve anche la giusta dose di spiritualità.

Il Dalai-lama, maestro supremo del buddismo tibetano, in proposito agli occidentali, -che è condivisibile o meno, ma fa riflettere- ha detto quanto segue:

“Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi, e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.”

(Dalai-lama)

Ecco che, dunque, in qualche modo, anche in seno all’idea di ottimismo del sistema orientale c’è meccanicismo, c’è finalismo, ma inteso come illuminazione interiore e dove non ci sono necessariamente dei da venerare … c’è un’idea del Bene, che come un Sole, illumina le coscienze e senza il quale non si può sopravvivere, senza il quale tutta la realtà è una mera illusione. Per il buddismo, però, tutto inizia da dentro: è la trasformazione interiore che può trasformare il mondo. E’ un ottimismo intimo, dove l’ego non dovrebbe esistere e si è tutti parte del tutto, ugualmente efficienti, indispensabili.

Per capire meglio il sistema orientale e l’idea di ottimismo propria di questa zona geografica del mondo, sarebbe interessante approfondire come essa si relaziona alla religione induista e al confucianesimo. Se siete curiosi di scoprirlo, attendete la prossima puntata, dove parleremo anche di Gandhi, che è uno dei miei miti!

Non sono un’esperta in materia di buddismo e mi sono documentata per scrivere questo post… se volete aggiungere qualcosa che non ho detto, fare un’osservazione o farmi notare che secondo voi ho frainteso qualcosa, ditemelo liberamente:)!

Grazie ancora una volta per averci letto e alla prossima puntata!

A cura di Franny.

2 risposte a "L’ottimismo nel mondo: l’ottimismo orientale buddista"

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