L’ottimismo nel mondo: il sistema occidentale

Vi è mai capitato di chiedervi se esista una concezione universale di ottimismo? Ciò che noi occidentali intendiamo per ottimismo, varrà in tutti gli angoli della Terra?

Premettiamo che ci preme indagare ciò che ha permesso il formarsi di questa visione, dal punto di vista del pensiero, tralasciando temporaneamente i teorici veri e propri che hanno scritto o riflettuto sull’argomento.

Il potere dell’ottimismo è la chiave dello sviluppo personale, comunitario e nazionale persino.

La risposta alle domande di cui sopra, però, è complessa.

Sì, indubbiamente esiste una concezione universale di ottimismo ed è quella che ci porta a dire che tutto alla fine andrà bene, che in quello che accade intorno a noi c’è una logica di fondo, che noi possiamo avere fenomeni positivi, se pensiamo e agiamo in positivo. Ciò è riassumibile in un breve pensiero di Roberto Benigni:

“Smettila di pensare a cosa potrebbe andare male, inizia a pensare a cosa potrebbe andare bene.” (Roberto Benigni)

L’ottimismo è globalmente, quindi, una visione positiva della realtà. Ovviamente, è suddivisibile in varie branche, per cui è utile distinguere, ad esempio, tra ottimismo ottusoottimismo realista.

Andando al di là del mero concetto globale di ottimismo, possiamo notare inoltre che, geograficamente, esistono almeno due correnti fondamentali -anche se oggi con l’avvento della Globalizzazione risulta più difficile tratteggiarne i confini-: l’ottimismo occidentale e l’ottimismo orientale.

Internamente a queste due filoni di pensiero, ovviamente ve ne sono altri. Nell’ottimismo occidentale, si può effettuare una suddivisione ulteriore tra ottimismo occidentale di stampo calvinista/protestante e ottimismo occidentale di stampo cattolico. Nell’ottimismo orientale, molto più semplicemente, converge soprattutto il pensiero buddista.

Quali sono le maggiori differenze fra queste branche?

Nel sistema occidentale, l’antenato più lontano della filosofia ottimista va ricercato probabilmente nello stoicismo, corrente filosofica e spirituale, fondata intorno al 300 a.C. ad Atene, che negava l’esistenza del male, al punto da ritenere che ogni evento verificatosi non fosse altro che la conseguenza diretta della manifestazione della ragione cosmica. Qualche teorico ha rivenuto parvenze di finalismo simili già in Platone ed Aristotele.

Se di ottimismo possiamo parlare con Platone, indubbiamente ci riferiamo ad un ottimismo logico, un ottimismo delle idee, che cozza col pragmatismo e la concretezza aristotelica. Nella Repubblica, Platone parla dell’idea del Bene, che è qualcosa pari al sole, che con la sua luce illumina e dà visibilità alle cose, dà intelligibilità alle idee e permette che divengano comprensibili. Il suo è un ottimismo che ha più a che fare con ciò che pensiamo che con ciò che possiamo fare… ma Platone, ce lo dice, chiaramente, sa che l’uomo non ha la capacità di mettere in atto le idee del mondo delle idee in maniera così perfetta come si era immaginato, al punto che la realtà in fondo non è altro che una brutta copia del mondo delle idee. L’ottimismo di Platone non può che essere qualcosa di parziale e rassegnato, perché lui sa già che anche l’idea migliore verrà messa in pratica in modo errato e imperfetto. D’altra parte, se questo è vero, è vero anche che Platone credeva che: il Bene, come il sole, desse vita alle cose e facesse sì che queste ultime esistessero; che il mondo esistesse perché ciò era cosa buona e che tutte le cose esistessero in quanto buone e concorrenti al Bene. Il Bene di Platone trascende l’essenza ed attraversa tutte le cose, come un respiro cosmico. Queste nozioni sono state fatte proprie poi dalla cultura cristiana. Quello di Platone è un ottimismo calibrato, tenue, che ha fiducia nel bene, nelle idee, ma non nell’uomo: è un ottimismo che si respira, si pensa, ma di cui l’uomo non può essere autonomo strumento, se non soggetto al disegno del Bene.

All’ottimismo aristotelico, invero, qualcuno accenna in modo meno indiretto, basandosi sull’uso fatto da Aristotele del termine speranza, che in greco il filosofo traduceva in due modi: ἐλπίς (=speranza profonda, aspettativa) e εὔελπις (=aspettativa buona). Il secondo termine, in particolare, si riferisce alla speranza di un futuro positivo. Aristotele affermava che non si può sperare, senza aver sperimentato vulnerabilità e paura… era ciò che definiremmo, forse, secondo i canoni moderni, un ottimista realista, poiché era convinto che la speranza di ottenere un buon risultato fosse possibile soltanto a chi aveva il coraggio di superare la propria paura1. Non a caso, argomentava:

“Tolleranza e apatia sono le ultime virtù di una società morente.” (Aristotele) 

Con Plotino, che riprende le idee platoniche di Bene e le fa sue, poi approdiamo all’Uno. Con il cristianesimo e Sant’Agostino, infine, arriviamo alla differenziazione fra città di Dio e città dell’uomo, dove il margine fra realtà e mondo ideale è nuovamente ampio.

Tra finalismo, determinismo e ottimismo inteso nel senso contemporaneo c’è differenza tuttavia.

Il culmine nelle teorizzazioni sull’ottimismo si ha in maniera esplicita con Leibniz, che, per designare la sua concezione teologica e cosmologica usa il vocabolo “optimisme“, che tanto poi sarà odiato e criticato da Voltaire nella sua opera “Candide ou optimisme”. In esso, Voltaire cerca di dimostrare la mancanza di realismo e veridicità nella convinzione di Leibniz per cui vivremmo nel migliore dei mondi possibili.

L’ottimismo occidentale di influenza cattolica ha le sue radici in tale evoluzione. E’ uno sperare che ogni cosa abbia un incastro e un senso nel piano della creazione. E’ un ottimismo più platonico, forse, più freddo e tenue. Chi si ispira a questa corrente crede nel Bene, ma al tempo stesso crede di essere uno strumento ispirato ma nulla di più. Questa corrente ottimista viene abbracciata, talvolta, anche da persone che non credono e, per alcuni aspetti, può trovare dei principi simili nel buddismo.

Diverso, nella mia opinione, è l’ottimismo occidentale protestante/calvinista, come è diversa la concezione del lavoro e del successo nel mondo cattolico e nel mondo protestante/calvinista, -almeno se lasciamo un attimo da parte l’idea di determinismo e destino protestante/calvinista-. Quest’ottica si avvicina, forse, un po’ a quella del confucianesimo. Nei paesi di cultura protestante o calvinista, quello che fai fa differenza, come nel pensiero aristotelico: avere un lavoro nobilita l’essere umano, gli dà uno scopo; lo stesso guadagno non è visto negativamente. Negli USA, non a caso, si è affermato l’American Dream, il grande sogno americano, che altro non è che uno sbocco irrimediabile dell’ottimismo occidentale protestante calvinista. Di qui, sono discesi l’ottimismo e il darsi da fare su base societaria e aziendale, nonché teorie di riorganizzazione della produzione come fordismo e taylorismo.

“Se tutti faranno un passo avanti insieme, poi il successo avrà cura di se stesso.” (Henry Ford)

Voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con questa classificazione oppure no?

La prossima volta parleremo di ottimismo orientale.

Grazie per averci letto!

1 G. SCOTT GRAVELEE, “Aristotle on Hope“, articolo apparso sul Journal of the History of Philosophy nell’ottobre del 2000.

A cura di Franny.

9 risposte a "L’ottimismo nel mondo: il sistema occidentale"

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    1. Ti ringrazio tanto per i complimenti🙂❤ sono felice ti sia piaciuto! La teorizzazione si basa su alcune ricerche che ho fatto… anche a me piace imparare cose nuove, come diceva Socrate “so di non sapere”😆 … dai, presto lo scriverò e poi mi piacerebbe indagare anche le altre culture (tipo Africa, Islam, ecc) in merito, ma devo vedere cosa trovo e se sono in grado di ricavarne qualcosa… l’Oriente è affascinantissimo, sono d’accordo! Buona serata a te😘

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